- 02 May 2016

Non è originale e non è una replica, è una “Continuation” (e va all’asta)

Si tratta di versioni particolari che non possono certo fregiarsi dell’originalità dei modelli di produzione ma non vanno nemmeno considerati troppo di Serie B

Non è originale e non è una replica, è una “continuation” (e va all’asta)

Coys si appresta a mettere all’asta un’Alfa Romeo 33 Stradale “Continuation”. In sostanza, si tratta di un esemplare nato con alcuni pezzi originali e ricostruito per i restanti. In particolare, questa vettura – acquistata nel 2000 dall’attuale proprietario che ora ha deciso di venderla – è stata realizzata da Giovanni Giordanengo, un artigiano che lavorava a Cuneo ed era molto amico di Carlo Chiti, fondatore dell’Autodelta. Per mettere insieme quest’auto ha utilizzato le parti anteriori e posteriori del telaio in magnesio, entrambe originali della 33 Stradale numero 2, acquistate nel 1984 da Autodelta per la cifra di 5.900.000 lire. Anche altre componenti sono state acquistate contestualmente, per esempio le sospensioni, ed una fattura datata 18 ottobre 1984 lo testimonia. Per ricreare la carrozzeria, l’artigiano “affittò” l’esemplare in possesso del Museo Storico di Alfa Romeo, in modo da riprodurla alla perfezione (la gallery lo testimonia). I problemi sono sorti con il motore, visto che non ce n’era uno disponibile: Giordanengo è riuscito a recuperare il blocco motore della 33 Stradale, la testata, il cambio a sei rapporti ed altre parti, attualmente tutte montate sull’auto. Ma per poter circolare, viene fornito anche un V8 da 3 litri di origine Montreal. Si stima che di Alfa Romeo 33 Stradale Continuation firmate da Giovanni Giordanengo non ne siano state realizzate più di 5 e sono di certo gli esemplari più vicini alle “vere” 33. Di queste, invece, è davvero difficile immaginare di riuscire a possederne una, ne sono state realizzate solo 18 e si stima che attualmente il valore superi i 10 milioni di euro.

 

Per cercare di capire meglio l’anima dell’Alfa 33 Stradale, vi riportiamo cosa disse Henry Wessels II, il primo proprietario privato di un’esemplare di questo modello: “In quel periodo non c’erano limiti di velocità in Italia e la polizia ti fermava solamente per curiosità. Ma più spesso ti facevano gesti per dire ‘Avanti, dai gas!’ Una volta, in autostrada verso Venezia, ho corso per quattro chilometri a limitatore a 10.000 giri in sesta marcia. Il tachimetro segnava 290 km/h. Incredibilmente, sotto i 240 all’ora c’era parecchio rumore di meccanica e passati i 260 diventava davvero intenso nell’abitacolo. L’auto era incredibilmente stabile, anche nel caso di vento trasversale continuava a viaggiare bella dritta”.

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