di Fabio Suvero - 27 settembre 2019

Ferrari 488 Pista Spider: il test

Si chiama Pista, ma è una spider. È la versione alleggerita della 488, ma pesa comunque 10 kg in più della GTB. Che senso ha? Poco per la logica, però da quel fantastico sedile a guscio non vorresti mai scendere...

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Siamo alla guida di questa Ferrari 488 Spider Pista gialla. Oggi guiderò solo io, con accanto il mio fidato fotografo Thomas, che in genere appena sale su un’auto di questo tipo si lamenta della scomodità dei sedili e del bagagliaio troppo piccolo per riporre la sua attrezzatura. Generalmente è sempre così, ma oggi stranamente tace, lo vedo più che altro intento ad accarezzare l’Alcantara grigia che riveste la plancia e i sedili a guscio in stile racing, che consentono comunque di regolare anche l’inclinazione dello schienale attraverso il classico pomello.

Mentre siamo fermi al semaforo io sono invece letteralmente rapito dalla bellezza dei pannelli delle porte in carbonio, ma adoro anche il nastrino che sostituisce la maniglia, fissato con una vite esagonale a vista che smarca la Pista dai modelli di normale produzione. Sì, perché se la Pista è già una versione speciale, la Pista Spider è un oggetto ancora più stravagante ed esclusivo, soprattutto considerando che in genere la versione più “pistaiola” si compra con carrozzeria coupé, dato che la spider ha un telaio meno rigido, oltre ad essere più pesante.

Invece no, da quando è uscita la 430 Scuderia, la versione spider, definita 16M in nome dei 16 Campionati Mondiali F1 vinti, è entrata a far parte di una gamma sempre più articolata, a dirla tutta anche troppo per i miei gusti, perché un tempo uno dei punti cardine di questo marchio era l’esclusività, mentre a partire dall’era Marchionne, l’imperativo sembra essere più che altro quello di massimizzare il profitto, proponendo continuamente modelli nuovi, ampliando la gamma, oltre che il numero di esemplari da “sfornare” quotidianamente. Mi aspetto da un momento all’altro anche il famigerato SUV marchiato Ferrari, ma per non rovinarmi la giornata preferisco non pensarci e tornare alla “mia” 488 Pista Spider, che al suo passaggio non sortisce sui passanti l’effetto “calamita” tipico di ogni Ferrari degna di questo nome, anche se non bisogna mai dimenticare che, quando si viaggia nei dintorni di Maranello, è molto più raro vedere una Porsche piuttosto che non una Ferrari.

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Quanto è emozionante assistere in prima fila al concerto del V8 Ferrari? E quanto diavolo spinge ogni volta che affondi il gas? Considerando che nessun altro motore sovralimentato è altrettanto immediato nella risposta e pochi altri impiegano così poco tempo per passare da 2.000 a 8.000 giri a prescindere dalla marcia innestata, non posso che sottoscrivere il premio di “Engine of the Year”, guardacaso vinto anche quest’anno dal V8 Ferrari.

L’unico appunto potrebbe riguardare la rapidità con cui arriva a limitatore, che lo fa sembrare quasi poco incline all’allungo, in realtà 8.000 giri non sono pochi, ma purtroppo quando si pensa alla stirpe dei V8 di Maranello non si riesce a cancellare il ricordo dei 9.000 giri di quel capolavoro di ingegneria montato sulla 458, le cui note riescono a farmi battere forte il cuore anche solo ripensando a quegli indimenticabili acuti.

Però devo ammettere che ultimamente la memoria è quel che è, infatti stiamo vagando alla ricerca delle divertentissime strade segnalate in occasione dei test drive stampa Ferrari, non solo per provare come si deve la macchina, ma anche per fotografarla nella location giusta. Mentre stiamo girando a vuoto e Thomas inizia a dare i primi segni di impazienza, entriamo in un paesino: Marano sul Panaro. Parcheggiamo di fronte a un bar ed entriamo per bere un caffè. Ecco, qui finalmente ritrovo il mondo Ferrari che ho sempre amato con un’intensità difficile da descrivere con le parole, l’accento della signora dietro il bancone è inconfondibile, così come la sua cortesia mi fa assaporare ancora meglio il gusto più profondo della mia amata terra dei motori. Intanto intorno alla 488 parcheggiata fuori si è formato un capannello di curiosi, dai quali si smarca un uomo di mezza età che entra nel bar e incalza:”Quella è l’ultima?”. Mentre lo dice gli brillano gli occhi e non ci gira troppo intorno:”La Ferrari è il sogno della mia vita, ma alla fine l’ho realizzato comprando una 348 che uso più che altro per i raduni”. Costantino, o meglio Tino come lo chiama affettuosamente la signora mentre ci serve il caffè, è un patito del Cavallino, mi racconta che la sua macchina l’ha lucidata Zanasi (n.d.r. titolare dell’omonima carrozzeria autorizzata Ferrari a due passi dalla pista di Fiorano) in persona, e che tutte le domeniche a Vignola incrocia il Re dei collaudatori Ferrari, al secolo Dario Benuzzi.

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Saluto tutti e riparto a razzo, scatenando la furia dei 720 cavalli con un prima-seconda da cardiopalma. Nonostante l’abbia già sperimentata oggi e in passato in occasione del test della coupé, non mi sono ancora abituato alla foga con cui questo motore sembra voler strappare i battistrada delle gomme posteriori, comunque tenute a bada da un controllo di trazione spesso e volentieri costretto ad un lavoro straordinario. Anche il cambio F1 l’ho già provato in diverse occasioni, ma non riesco ancora a considerarlo appartenente al mondo terreno, perché il doppia frizione Ferrari sembra leggerti nel pensiero, nel senso che non fai in tempo a tirare verso di te il paddle in fibra di carbonio che la marcia è già innestata, nel tempo di un amen e con una fucilata che riesce ogni volta a sorprendermi. Non importa che tu voglia salire di marcia oppure scalare, lui caccia dentro la marcia in un batter di ciglia, infischiandosene del fatto che magari l’ago del contagiri si trova a qualche millimetro dall’intervento del limitatore. L’unica cosa che non apprezzo della trasmissione è il sensibile calo di giri tra sesta e settima marcia, una scelta che temo sia dettata fondamentalmente dall’esigenza di stabilire nuovi record velocistici.

Al contrario sono sbalordito dall’immediatezza con cui risponde lo sterzo, connesso in modo molto diretto con le ruote anteriori, che raramente seguono una traiettoria diversa da quella disegnata mentalmente. La Pista è un compasso capace di tracciare curve perfette, ma anche di divagare a piacimento dalla linea ideale se lo si desidera, perché quando il controllo dei 720 Cv, ma soprattutto degli oltre 700 Nm di coppia, viene affidato totalmente al piede destro dopo aver disattivato il controllo di trazione, c’è da divertirsi sul serio, ma solo a patto di non esagerare, perché è un attimo sbagliare qualcosa, cosi come bisogna stare attenti a non sottovalutare la velocità con cui si approccia una curva dopo aver divorato un tratto rettilineo alla velocità della luce.

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La Pista Spider riesce a metterti sempre a tuo agio, comportandosi esattamente come vorresti, a differenza di alcune rivali concepite con un occhio di riguardo verso la pista che, quando si allontanano dal loro habitat naturale, saltano da un’ondulazione all’altra in modo così imprevedibile da metterti in soggezione e invitarti a diminuire il ritmo. Viaggiando a cielo aperto, come dicevo vengono esaltate le nobili note del motore, ma si percepiscono anche rumori meno gradevoli, come lo sfregamento delle pastiglie dei freni mentre mordono avidamente gli immensi dischi carboceramici, che sono fatti più che altro per essere strapazzati, ma anche andando a passeggio la loro incredibile potenza si riesce a gestire senza grossi disagi.

Ci sto prendendo sempre più gusto ad andare avanti e indietro per essere immortalato dall’obiettivo della macchina fotografica, finché a un certo punto accade l’inevitabile: Thomas alza le braccia con un gesto inequivocabile per segnalare che la sessione fotografica è ormai giunta al termine. Non mi resta che giocarmi ancora qualche partenza nella serie di semafori lungo lo “stradone” che porta verso Maranello, ma il gioco finisce in fretta, perché in un attimo siamo davanti ai cancelli della Ferrari per restituire le chiavi, pardon, il transponder elettronico, della macchina.

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