La Ferrari 250 GTO #3589 si è davvero sudata la sua fama

26 aprile 2017
di Davide Saporiti
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    Non tutte le nobili se la passano bene... Una storia difficile, ma c'è il lieto fine

    Ci sono Ferrari "privilegiate" che nascono nella bambagia e finiscono nelle mani di un appassionato vero, coccolate e guidate quanto basta per restare in forma e invecchiare come il buon vino. Altre, invece, la loro fama se la sono proprio sudata. E' il caso della Ferrari 250 GTO #3589, una vera Rossa che ne ha però passate – è il caso di dirlo – davvero di tutti i colori.

    La telaio #3589 non ha potuto godere di un caldo garage e di una vita di passeggiate domenicali sulla Costa Azzurra; ha corso per due anni, dopodiché è finita in un campo a marcire per ben quindici, lunghi anni. E' inglese, guida a destra e ha iniziato la sua carriera a GoodWood, piazzandosi più volte sul podio durante la stagione del 1962 con Mike Parkes al volante. Volata oltreoceano, ha corso alle Bahamas con Innes Ireland, per poi passare alla 12h di Sebring e alla 24h di Daytona del 1963, dove concluse sesta assoluta e terza di classe.

    Una storia importante, insomma. Meno glorioso fu l'epilogo: all'epoca, le vetture da corsa alla fine della loro carriera erano considerate un problema, non una ricchezza; il proprietario Tom O'Connor la donò alla Victoria High School del Texas. La povera 250 GTO diventò così un fenomeno da baraccone per parate e vari show, fino a quando il costo del suo mantenimento non fu più giustificabile e la scuola la vendette per 6500 dollari al nuovo proprietario Joe Korton nel 1972. Quest'uomo è il responsabile dello scempio: la vettura rimase quindici anni su un carrello, esposta agli elementi. Vani furono i tentativi di acquistarla, ci provarono perfino ex piloti come lo stesso Innes Ireland che la guidò quasi dieci anni prima, ma Korton non ne voleva sapere. Alla fine, la spuntò Frank Gallogly, che la conservò per un po', prima di cederla al nuovo proprietario svizzero, che finalmente effettuò un restauro completo nel 1988 e la sfoggiò con orgoglio al Concorso d'Eleganza di Pebble Beach nel 1990.

    Il restauro, finalmente

    La Ferrari 250 GTO #3589 si è davvero sudata la sua fama

    Del restauro si occupò lo Sportgarage Leirer di Stein, che, con il supporto ufficiale di Ferrari, effettuò un totale trapianto di carrozzeria; fu indispensabile, in quanto riutilizzare l'alluminio originale avrebbe comportato il sostituirne la quasi totalità. La carrozzeria originale è stata comunque sverniciata e conservata e mostra tutta la meraviglia dell'abile opera della Carrozzeria Scaglietti. Alcuni non hanno gradito il trapianto e la definiscono una replica, ma, tecnicamente, la carrozzeria originale della #3589 ancora esiste, con tutti i suoi elementi a testimonianza dell'autenticità dell'esemplare.

    Innes Ireland ricorda la prima volta in cui le posa gli occhi addosso, in un bellissimo racconto su Road & Track: "Era una mattina presto, la primavera del 1962" ricorda Ireland, "alla Ferrari di Maranello, in Italia e lei era blu scuro con la bocca bianca​". I colori erano quelli della Equipe Endeavor, il team di Tommy Sopwith, il cui padre possedeva lo yacth omonimo che sfiorò la vittoria della America's Cup del 1934; metà dell'auto era sua, l'altra metà era di Ronnie Hoare, il concessionario Ferrari in Inghilterra.

    "Ma all'epoca non era il centro della mia attenzione: avevo occhi solo per la GTO a fianco, la #3505 verde chiaro della UDT-Laystall, la squadra per cui correvo. Incontrammo Enzo Ferrari – che ci fece un veloce briefing – buttai la borsa sul sedile del passeggero, salii a bord e avviai il motore. Avevamo davanti 800 miglia fino al Canale della Manica. Ronnie davanti sulla vettura blu, passammo Milano e poi su per le montagne, passo del Sempione e Svizzera, con i meravigliosi suoni dei due motori che sembravano fondersi, anche perché i nostri stili di guida erano identici, cambiavamo sui 5000 giri e prima di un sorpasso davamo una sgasata per scalare marcia, in particolare facendo il quinta-seconda. Ricordo che Ronnie suggerì, a un tratto, di scambiarci le auto. Forse voleva assicurarsi che la mia non andasse più della sua!"

    Di nuovo insieme, trent'anni dopo

    I lavori di restauro richiesero due anni e terminarono nel 1990. Ci vollero 2500 ore e vari interventi degli esperti di Maranello. Poi la #3589 partì per San Francisco.
    "A Sears Point, senza indossare casco né altro, mi calo nello stretto sedile a guscio, raggiungo quella familiare chiave e la giro. Dopo il caratteristico lamento del motorino, tutti e dodici i cilindri prendono vita e la tengo sui 2000 giri per farla scaldare. Il grosso e lucente pomello dell'alta leva del cambio raggiunge facilmente la mia mano; metto in prima e lascio dolcemente la frizione. I primi giri li faccio piano, assaporando ogni istante del fluire dell'olio che si scalda all'interno del motore, ristudiando gli strumenti e ricordando i tratti del tortuoso circuito. Il restauro era davvero fatto a regola d'arte. Presto do gas e inizio a spingere, benché senza salire troppo di giri. Ma i 7000 li ho visti (cambiavo 800 giri più in basso rispetto a quando correvo). Quando la riconsegno, sono estasiato dal fantastico lavoro di restauro. Mi meraviglia anche il fatto che sia tornata così in forma dopo tutti quegli anni bui. E' un'auto incredibile".

    (le foto di Innes Ireland in pista sono di Road & Track)

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